Abbuffate Natalizie: i consigli del nutrizionista

Le feste natalizie si avvicinano: come è meglio comportarsi a tavola? Durante l’incontro, il dott. Opizzi, biologo nutrizionista, illustrerà le strategie migliori per gestire l’alimentazione particolare del periodo natalizio, anche dal punto di vista sociale (es. cene “obbligate”).

Impariamo a goderci le feste senza farci affliggere dai sensi di colpa!

 
Quando? Venerdì 1 dicembre ore 20.00
Dove? Studio di Psicologia Origame, via Fornari 14
Milano (MM1 Gambara)
EVENTO GRATUITO!

Per info e iscrizioni: [email protected] /338 3958123

 

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Le emozioni delle neomamme

Nei giorni e nei mesi successivi alla nascita di un bambino, l’attenzione di tutto il nucleo famigliare è concentrata sul nuovo arrivato. Come si sente? Ha mangiato abbastanza? Riesce a dormire un numero adeguato di ore?

E la mamma? Cosa prova? Ciò che spesso accade è la percezione di una differenza tra ciò che durante la gravidanza si è sentita dire o si è immaginata e ciò che si trova a provare dal momento che ha il suo piccolo tra le braccia.

Mentre tutta la famiglia è impegnata a manifestare la propria gioia e un certo senso di gratitudine, la mamma potrebbe trovarsi intrappolata in un sentimento di esclusione e di scarsa vicinanza affettiva in quanto impegnata ad affrontare non solo le gioie ma anche le fatiche che la nascita del bambino porta con sé.

Spesso non è facile condividere con il resto della famiglia i dubbi, le difficoltà e la stanchezza che si stanno provando, per timore che tali sentimenti non siano compresi poiché “non c’è niente di più bello del diventare mamma!”.

A ciò si potrebbe anche aggiungere la discrepanza tra la visione idealizzata della maternità e del post parto e ciò che invece poi ci si trova ad affrontare e a provare sulla propria pelle. Questo è un sentimento che accomuna la maggior parte delle donne.

 

Quali rimedi?

Il primo passo per non farsi travolgere da tutto ciò è prendere consapevolezza proprio di questi sentimenti negativi, che sono fisiologici.

Le ricerche ci dicono infatti che questa fase, caratterizzata da stanchezza, irritabilità, umore altalenante e sentimenti di ambivalenza nei confronti del bambino, accomuna l’80% delle neomamme (baby blues).

È una fase transitoria che, però, è opportuno non negare. Anzi, riconoscere l’esistenza di tali sentimenti e sensazioni è fondamentale per riuscire a elaborarli e, di conseguenza, superarli.

In seconda battuta risulta fondamentale non sminuire le sensazioni positive che la gravidanza e l’essere mamma portano con sé. È importante soffermarsi su quelle che possono essere delle piccole gioie, come sentire il bambino che si muove mentre si è in gravidanza o vederlo dormire tranquillo.

Non negare le sensazioni negative e imparare a riconoscere anche gli aspetti che ci gratificano e che ci permettono di alleggerire quanto stiamo vivendo, è un ottimo modo per colmare l’ambivalenza tipica di questo periodo che è il più denso di emozioni altalenanti che una donna si trova a vivere.

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“Le donne non sanno guidare!”. Gli stereotipi

Quante volte cadiamo in generalizzazioni e ci lasciamo andare a commenti che noi stessi troviamo banali e superficiali (“l’incidente l’ha fatto sicuramente una donna!”; “i maschi sono proprio disordinati!” etc.)? Questo accade perché l’essere umano, di fronte a situazioni nuove, poco chiare e ambigue, per sua natura ha bisogno di categorizzare e ordinare per renderle più prevedibili e quindi controllabili. Per non sentirsi in balìa della situazione o dell’estraneo, si ricorre pertanto all’utilizzo di stereotipi, ossia un insieme di credenze sulle caratteristiche di una determinata categoria di persone o gruppi di persone che, di conseguenza, guidano il nostro pensiero e i nostri comportamenti. Lo stereotipo non si basa pertanto su una conoscenza di tipo scientifico, ma rispecchia una valutazione che spesso si rivela rigida e approssimativa poiché tende ad attribuire alcune caratteristiche, trascurando invece le differenze.

DA DOVE NASCONO GLI STEREOTIPI?

Gli stereotipi vengono appresi sin da un’età molto precoce all’interno della famiglia, dai media e soprattutto dalla cultura di appartenenza. Non è necessario che genitori e insegnanti attribuiscano esplicitamente un determinato valore o una caratteristica a una persona/gruppo sociale poiché i bambini imparano semplicemente osservando e imitando le persone vicine a loro. Inoltre, gli stereotipi si rinforzano attraverso i racconti di altre persone che parlano di quel determinato gruppo stereotipizzato o attraverso l’interazione diretta con i suoi membri. Infatti, una volta creatosi uno stereotipo, l’uomo, in modo poco consapevole, ricerca conferme e presta attenzione esclusivamente alle caratteristiche che confermano le sue credenze.

CHE COSA ATTIVA UNO STEREOTIPO?

Più utilizziamo uno stereotipo, più questo si rinforza e viene applicato inconsciamente in tutte le situazioni che percepiamo simili. Alcuni stereotipi vengono appresi così bene e usati così spesso che il loro contenuto viene alla mente in modo automatico. Inoltre, più le caratteristiche dell’altra persona sono evidenti e salienti, maggiori probabilità vi sono che lo stereotipo intervenga nella formulazione del giudizio dell’altro.

COME CORREGGERE GLI STEREOTIPI.

Tentare di eliminare i pensieri alla base degli stereotipi o correggerne l’impatto sul giudizio non sempre risulta sufficiente poiché tali credenze hanno origini molto profonde e si attivano in modo del tutto inconsapevole. È, infatti, difficile eliminare una credenza che ha reso il mondo più rassicurante e ha guidato il nostro comportamento fino ad oggi. Pertanto, si cerca sempre di tutelarla dal cambiamento trovando possibili giustificazioni. Gli studi sulla memoria, infatti, hanno dimostrato che l’uomo ricorda meglio e con più precisione episodi che confermano le sue credenze attribuendogli anche un peso maggiore, mentre dimentica più facilmente e sottovaluta quelli che le contraddicono perché percepite come delle “eccezioni”. Ad esempio, se si crede che le donne siano meno abili rispetto agli uomini a guidare, si interpreterà come mancanza di competenze e esperienze il tamponamento commesso da un’amica, familiare o collega, mentre verrà giustificato come una distrazione lo stesso commesso da un uomo. Al contrario una donna particolarmente abile in macchina o un uomo che nella sua esperienza di guida ha commesso molte infrazioni o incidenti verranno visti come eccezioni che confermano la regola salvaguardando così lo stereotipo di riferimento.

È possibile, comunque, modificare i nostri stereotipi attraverso alcune semplici strategie:

  • Entrare in contatto diretto con membri di un gruppo. L’interazione deve essere ripetuta e con più membri del gruppo per permettere di raccogliere informazioni incoerenti con lo stereotipo ed evitare l’attivazione di alcuni meccanismi di difesa (“è un caso raro”; “lei è un genio”); infatti, le solamente le informazioni che si rilevano in più occasioni discrepanti inducono a indagare con cura la situazione e le caratteristiche dell’altro, smontando così, le vecchie credenze.
  • Le informazioni incoerenti devono provenire da membri tipici di quel determinato gruppo. Per evitare nuovamente che si percepisca un soggetto come “anomalo”, è bene che il membro del gruppo sia percepito come rilevante all’interno della categoria stereotipata.

Lo stereotipo imprigiona la vista e offusca la mente!

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Vivere il presente per combattere l’ansia

L’ansia è un’emozione universale indispensabile all’essere umano. Ha una funzione importantissima: ridurre le situazioni di pericolo. Come funziona il meccanismo?

In ciascuno di noi l’ansia agisce sul nostro organismo a  livello subcosciente allo scopo di tenerci alla larga da una situazione che appare pericolosa per noi stessi e per gli altri. Come lo fa?  Generando in noi una sensazione di forte disagio che ha come fine ultimo il farci desistere dall’intraprendere quell’azione.

A dirla così sembra quindi che l’ansia cerchi in qualche modo di proteggerci.

Come mai allora per molte persone l’ansia è fonte di sofferenza e disagio a volte così forti da compromettere un sano funzionamento in alcuni ambiti della vita?

L’ansia diventa un ostacolo, anziché un aiuto, quando non anticipa più solo i pericoli reali, ma anche quelli percepiti, cioè quelli che immaginiamo possano accadere: spesso ci preoccupiamo che le cose possano andare male, anche senza alcun reale motivo.
L’ansia si trasforma così da aiuto inconsapevole e adattivo (evitare pericoli reali), in un intralcio fastidioso, prolungato e.. CONSAPEVOLE! Perché ad alimentare l’ansia per situazioni ipotetiche e immaginate sono I NOSTRI PENSIERI!  I pensieri non sono noi. Non sono reali, sono pensieri, sono solo delle possibilità. Se coltiviamo i pensieri ci creiamo delle trappole, è meglio guardali sempre con distacco.

“I pensieri che attraversano la nostra mente sono solo nuvole che ci attraversano, alcune rosa, altre nere, vanno e vengono, si spostano, spariscono, cambiano forma, dimensioni, colori.”

I pensieri ci fanno entrare in un vortice di supposizioni, paure, presunzioni…da cui è difficile uscire per tornare alla realtà delle cose. Provate a riflettere: spesso i pensieri che generano ansia sono legati ad aspetti della vita, di noi o degli altri che per un motivo o per l’altro potrebbero andare male.

Questo accade sostanzialmente per due motivi:

1.IL POTERE DELLE ASPETTATIVE.

Le aspettative giocano un ruolo fondamentale nello scatenare i sintomi tipici dell’ansia. Ci aspettiamo sempre qualcosa da noi stessi e dagli altri e ci giudichiamo se non raggiungiamo i risultati sperati. È una condizione molto comune… a chi non è capitato di stare in ufficio ben oltre l’orario solo per il timore di non essere all’altezza e quindi di non ricevere quella promozione o di essere giudicato negativamente?

 

Come fare per non essere tormentati da pensieri di questo tipo?

Sicuramente dobbiamo partire dall’imparare a non pretendere troppo da noi stessi, a fare le cose per come le sappiamo fare, a non giudicarci e dirci sempre “sei andato bene” o “sei andato male”. E’ essenziale volerci bene, accogliendoci senza infierire. La severità ci insabbia, è difficile che ci faccia migliorare. Spesso nella vita di tutti i giorni ci sforziamo di voler essere agli occhi degli altri un modello, un punto di riferimento, una persona sulla quale poter contare. Cerchiamo sempre di fare la cosa giusta nel momento giusto, di accontentare tutte le richieste che ci vengono fatte. Ma quando tutto questo ci allontana dai nostri veri desideri e ci imponiamo di essere quel modello a tutti i costi, ci scontriamo con l’impossibilità di riuscirci e, oltre all’ansia già sperimentata, si aggiunge il senso di fallimento. E’ importante per questo riconoscere e ascoltare i primi segnali della nostra ansia: che cosa ci sta dicendo? Spesso, prima di tutto, è il corpo che ci parla: lo stomaco chiuso, il mal di testa, quella cervicale contro cui combattiamo ogni giorno, il fiato corto, la stanchezza inspiegata.. il corpo ci dice che non vuole più sottostare a quella figura di perfezione a cui ogni giorno cerchiamo di aderire.

Andiamo bene così come siamo, con i nostri limiti e le nostre imperfezioni. Questo ci darà quel senso di realtà e di pace interiore che ci permetteranno di essere semplicemente presenti ad ogni azione che facciamo.

 

2.IL PASSATO E IL FUTURO

Siamo sempre proiettati verso il futuro oppure rimuginiamo sul passato, ignorando ciò che stiamo vivendo in questo momento. Quando ci si preoccupa si perde il contatto con ciò che stiamo vivendo adesso perché si concentra l’attenzione su un futuro immaginato. Quando si rimugina è più o meno la stessa cosa, tranne che ci si sta concentrando su una realtà ormai chiara, definita e cristallizzata.

Dunque siamo costantemente orientati a gestire pensieri su un passato non più modificabile e un futuro che potrebbe prendere qualsiasi direzione. Sì.. sono sempre i pensieri..

I pensieri ci portano sempre altrove…verso dei ricordi, verso delle fantasticherie, delle cose da fare…e quando proviamo a scacciarli lo fanno ancora di più.

 

Come fare a restare sul presente?

Per governare l’ansia occorre rimanere saldamente ancorati al presente assaporando il più possibile ogni emozione di ogni istante per come si presenta. Facile a dirsi. E’ vero, non è assolutamente semplice da mettere in pratica, ma dipende proprio da noi.

Avete mai pensato a quanti gesti, azioni, esperienze viviamo senza neanche accorgercene?

La ricerca oggi ci dice che la vera sfida per combattere l’ansia è vivere il presente nella piena consapevolezza. Ma cosa vuol dire essere pienamente consapevoli? Quando parliamo di piena consapevolezza ci riferiamo ad uno stato di consapevolezza che si ottiene concentrando la propria attenzione nel momento presente. E’ un modo di essere aperti alla nostra esperienza per come ci si presenta, attimo dopo attimo senza doverla necessariamente classificare in buona e cattiva. Vivere in piena consapevolezza significa abbracciare la propria vita in tutta la sua ricchezza trovando uno spazio per crescere. La nostra educazione, le nostre abitudini e certi automatismi ci spingono ad angosciarci quando la vita è difficile, e a non assaporarla quando invece è piacevole.

Sono sempre i nostri pensieri che ci portano altrove rispetto a dove siamo, con il risultato che molte volte siamo estranei alla nostra vita. La piena consapevolezza ci propone, tappa dopo tappa, di governare la nostra capacità di attenzione e di ricollegarci a tutti i nostri sensi. Il corpo gioca un ruolo fondamentale nell’essere consapevoli, un corpo che troppo spesso sentiamo solo quando grida dolore. Il primo passo per essere consapevoli consiste nell’imparare a fermarsi. Ci siamo effettivamente poco abituati, essendo sempre presi da qualche attività e sopraffatti da pensieri automatici.

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